Vogliamo tutti mangiare sano, però quello che ci capita, ormai sempre più spesso, di entrare dentro un supermercato, o discount di vario tipo, per cercare esattamente quel prodotto che “lì lo fanno meglio che di là”. Altre volte invece prendiamo qualcosa di nuovo, mai provato, perché “sentiamo com’è”.

Il Marketing invece della qualità

Il fatto è che, quasi ogni volta che decidiamo di fare una cosa del genere, ci soffermiamo su cose sempre diverse: che cosa c’è dentro, la data di scadenza, il packaging, la convenienza… e praticamente mai sulla provenienza degli ingredienti, o sul dove viene fabbricato quel determinato prodotto.

Immaginate per un attimo questo scenario: un’azienda casearia in Germania, produce litri e litri di latte da rivendere.

Un’altra azienda, magari lì vicina, prende questo latte per farne un prodotto simile allo yogurt originario dell’Islanda, per una rinomata catena di negozi tedesca con punti sparsi in tutta europa.

Una volta concluso l’impacchettamento del prodotto, questo viene trasportato dalla Germania in tutta Europa: arriva da noi dopo un viaggio parecchio lungo!

Quello che appare come il processo naturale di tutte le cose, non è proprio proprio il meglio che ci sia. Dovete immaginare infatti che quel famoso latte comprato, è stato trasportato a sua volta, è stato trasformato, ed è stato poi ritrasportato in forma trasformata per chissà quanti KM. Tanto carburante, inquinamento e soprattutto… quanta qualità si è persa del prodotto originale per permettergli di arrivare qui?

Ovviamente, in questo caso, è difficile trovare qualcuno che a pochi passi da noi produca dello Skyr. Specie considerato che è un prodotto poco ricercato.

Ma per tutto il resto? I latticini di vario tipo, i farinacei, i surgelati, olio, sugo, pasta..! Qualsiasi cosa, quando dev’essere trasportata per tanto tempo e per tanta strada, deve fare i conti con la deperibilità.

Per questi motivi, e forse anche per una questione di orgoglio nazionale, spesso quando ci propongono “ingredienti genuini” o “di nostra produzione”, sentiamo subito la differenza, al punto da dire “eh ma questa è un’altra cosa rispetto le cose comprate eh…”, o no?

 

Mangiare sano e naturale è possibile?

Quindi perché limitarsi a riconoscerlo, che quando si tolgono conservanti e preservanti di vario tipo, il piacere di mangiare è migliore? E se cercassimo di alzare la qualità di quello che noi stessi compriamo?

Un tempo (almeno una decina di anni fa) si cominciò a parlare molto di “slow food” e di “chilometro zero”. Ancora prima del bio, dell’olio di palma, degli antiparassitari Monsanto. Al tempo la sigla “chilometro zero” faceva spessissimo rima con “un sacco di soldi”. E non sempre garantivano la qualità.

Oggi, 2019, complice la concorrenza dei mercati e l’abbassamento dei prezzi, comprare a chilometro zero significa spesso spendere poco ed abbondare sia nelle quantità, che nella qualità. Sempre più spesso, infatti, vedo nei mercati rionali, o nei locali di alimentari, sparire la sigla “chilometro zero” e vederla sostituita con la provenienza del prodotto, proprio per farne risaltare sia la vicinanza, che dare una qualità speciale al cibo: un po’ come quei mitologici ingredienti come il pistacchio di Bronte, o le arance di Sicilia, o le Mele Alto Adige, o quelle della Valtellina… ecco, un po’ come riconosciamo a questi lo status di “top”, perché non facciamo lo stesso con i pomodori, o l’insalata, o le carote, accontentandoci di quello che troviamo al supermercato?

Alcuni li sento già dire “eh ma il tempo”, altri “eh sì e i soldi?” altri “no ma io lo faccio, però solo per le occasioni” e poi, ovviamente, gli intramontabili “ma ci mancherebbe!”. Un po’ per esperienza, però, e un po’ per i dati sul consumo critico, le statistiche parlano chiaro: ci accontentiamo. Ci adattiamo a quello che troviamo e alziamo le spalle, “eh vabbè, stavolta prendiamo questi”.

Come mangiar sano in Italia

L’Italia però non si è guadagnata la sua fama internazionale di Bel Paese solo per le pianure verdi e le vigne dal vino buono, ma anche e soprattutto perché, favoriti dalle condizioni climatiche dell’essere una penisola, quello che viene prodotto qui ha delle proprietà e dei sapori ben diversi da quelli che possono essere prodotti sulle coste nordiche. Eppure sempre più spesso, rimbalzati tra fretta e disinteresse, ci dimentichiamo che spesso basta cambiare il pensiero di fondo, per capire che non si perde più tempo, o soldi, a comprare i prodotti italiani e quelli a chilometro zero, e ci dimentichiamo anche che cosa significa prendersi due giorni per comprare una cassa di pomodori di qualità e farsi la scorta di passata per l’anno che viene!

Che ci crediate o no, sono passatempi che occupano poco tempo e che è bello fare come attività, con amici o famiglia. È un altro modo di ragionare il tempo, di pensare, che viene spesso bollato come “seh, vabbè, torniamo al ventennio” quando invece sono attività che ci aiutano a risparmiare, ci fanno divertire e spesso c’insegnano parecchie cose sia su quello che mangiamo, sia su quello che viene usato per farci mangiare.

Cibo “Made in Italy”

Il “Made in Italy” non è solo un modo per farci il petto gonfio e dire “ah! Ma che ne capiscono là fuori!” ma è una vera garanzia di qualità per tutti i motivi elencati finora, oltre che per una questione di cultura.

Una cultura che a quanto pare, purtroppo, pare stia lasciando il posto al “basta che si mangia”.

Confido nel fatto che esistano, ancora, chi come me apprezza perdere due minuti in più per trovare un olio che abbia un sapore preciso, che sia spremuto a freddo, che abbia proprietà nutraceutiche, piuttosto che non accorgersi nemmeno di non stare prendendo Extravergine, ma magari un olio di scarto come quello di colza, non sapendone la differenza.

 

Qui è un discorso che va oltre quello delle tradizioni, è un discorso di equilibrio: essere troppo maniaci, così come essere troppo lassisti, sono due estremi pessimi di quello che ricerchiamo in tutto. L’essere equilibrati. Perseguiamolo anche in quello che mangiamo!

 

Categories: Alimentazione

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